Il conflitto è parte integrante di una normale vita familiare: molti sono i terreni di scontro tra genitori e figli (capricci, ordine, rispetto degli orari, compiti e studio, uso del cellulare…) ed altrettante sono le occasioni perché il clima in casa venga guastato da litigi ed urla. Diventa allora importante padroneggiare le strategie comunicative più idonee a far sì che all’interno delle mura domestiche si possa respirare un’aria più leggera e che le occasioni di confronto e di scambio divengano realmente efficaci e soddisfacenti per tutti.
Innanzitutto quando una comunicazione può dirsi davvero efficace?
Dobbiamo, prima di tutto, sapere che comunicare significa inviare un messaggio ad un’altra persona. La nostra comunicazione diventa efficace quando l’altra persona riesce a decifrare in modo chiaro il messaggio che abbiamo inviato e siamo così in grado di costruire con lei un significato condiviso. Perché ciò avvenga il nostro messaggio deve essere sufficientemente comprensibile per l’altro (cioè sapersi adattare alle capacità di comprendere dell’altra persona), coerente nei diversi livelli comunicativi (cioè il messaggio verbale deve essere in sintonia con quello non verbale e paraverbale) ed in grado di raggiungere l’altro anche nella sua sfera emotiva.
Se partiamo da questi principi riusciamo a capire come mai, spesso le nostre parole in casa vadano a vuoto ed iniziamo a comprendere come il conflitto sia talvolta davvero determinato da figli restii all’ascolto ma come, altrettante volte, possa invece essere causato da incomprensioni dovute al nostro modo di comunicare.
Quali sono gli errori più comuni nella comunicazione in famiglia?
- Parlare senza ascoltare: prima di essere riempiti di informazioni, consigli o richieste i bambini ed i ragazzi vogliono essere ascoltati. Non si tratta solo di sentire cosa stanno dicendo, ma significa esercitare l’ascolto vero, profondo, reale…ciò che in gergo tecnico viene definito ascolto attivo. Si verifica un situazione di ascolto attivo quando il ricevente (il genitore in questo caso) non solo ascolta il significato concreto di ciò che il mittente (il figlio) sta comunicando, ma è in grado di comprenderne il punto di vista (anche se discordante dal proprio), l’emozione che accompagna la situazione ed il messaggio ed il vissuto interore dell’altro. Si esercita un ascolto attivo quando ci si accosta all’altro in modo aperto, quando si dedica tempo esclusivo alla comunicazione senza che vi siano distrazioni esterne, quando si mantengono vicinanza fisica e contatto oculare, quando ci si avvicina all’altro in assenza di giudizio.
- Creare confusione tra i vari livelli comunicativi: la comunicazione è composta da messaggio verbale (veicolato dalla parole), non verbale (veicolato dal corpo) e paraverbale (veicolato da tono di voce, velocità dell’eloquio…). Un messaggio risulta chiaro e non contraddittorio quando i tre livelli si muovono in modo sincrono e parallelo. Ad esempio sarà opportuno rimproverare un bambino con un tono di voce tranquillo ma fermo, in posizione eretta e guardandolo negli occhi, poco valore avranno le stesse parole di rimprovero dette col sorriso o mentre si abbraccia e si sbaciucchia il bambino. Allo stesso modo si può esprimere verbalmente vicinanza ma il messaggio verrà meglio compreso se accompagnato da un tono di voce sommesso e tranquillo, da una parlata lenta e da un contatto fisico come un abbraccio o una stretta di mano, mentre avrà poco valore se le parole saranno pronunciate velocemente, con tono di voce alto da una persona fisicamente distante e magari con lo sguardo incollato allo schermo dello smartphone.
- Non considerare la parte emotiva dell’altra persona: “smetti di fare i capricci”, “non capisico proprio perché piangi, non è successo niente di così grave”, “ non essere così rabbioso mentre mi parli” sono tutte frasi che bloccano la comunicazione. L’altro non si sente capito ed accolto ed in più percepisce un nostro giudizio negativo rispetto a ciò che prova: queste sensazioni hanno l’effetto di produrre una resistenza ed il messaggio che noi vorremmo inviare cade nel vuoto. Molto meglio allora usare frasi che mostrino accoglienza rispetto al mondo emotivo dell’altro (tipo “capisco che tua sia arrabbiato ma prova a non urlare, così ti comprendo meglio”, “vedo che sei molto triste ma prova a pensare che…”) otterremo maggiore disponibilità all’ascolto.
- Non adeguare il messaggio alle capacità di comprensione dell’altro: quante volte i genitori si imbarcano in “prediche” lunghissime ai loro figli e piene di concetti (giustissimi..per carità) ma troppo complessi per le loro piccole capacità di attenzione e comprensione. I bambini ascoltano per un tempo molto breve…inutile imbastire discorsi molto lunghi, il pensiero di un bambino è concreto e legato al qui ed ora….inutile rivangare episodi del passato o proiettarsi nel futuro, non riescono a seguire il percorso logico! Meglio allora messaggi brevi, semplici, concreti, difficili da equivocare, chiari e con richieste immediate e di facile comprensione.
- Riempire la comunicazione di parole, svalutando il valore del silenzio. Il silenzio è un modo di comunicare, col silenzio possiamo segnalare partecipazione, bisogno di riflessione, capacità di dare spazio all’altro. Stare in silenzio, a volte, ci consente di prenderci uno spazio di decompressione e riflessione, impedendoci di “vomitare fuori” parole detto d’istinto e difficili da rimediare e ritrattare.
- Centrare la comunicazione sugli aspetti negativi, dimenticando il positivo oppure non separare la persona dalle sua azioni. Esempi possono essere “fai sempre lo stesso errore!” (sempre? Siamo sicuri che invece qualche volta non abbia agito in modo corretto?), “sei sempre il solito” (davvero? Sempre?), “sei sciocco” ( per non dire di peggio….sei sciocco? Oppure hai fatto una sciocchezza?). Una persona può accettare un giudizio negativo sulle sue azioni, spesso necessario se si è educatori, molto più difficilmente si aprirà all’ascolto se la critichiamo nel suo essere persona.


